In ricordo del Prof. Alessandro Orsi. Un educatore, uno studioso, un AMICO

Cari Soci e Amici,

È con profonda emozione che HOSPES ricorda la figura del Prof. Alessandro Orsi, scomparso oggi 12 gennaio 2026. Per molti è stato uno studioso rigoroso, uno scrittore appassionato, un uomo di scuola capace di incidere sulla crescita di generazioni. Per me che scrivo (Riccardo Fava Camillo), molto di più: un compagno di viaggio, una guida e un Amico di valore inestimabile.

Un legame vivo con HOSPES.

Il suo rapporto con la nostra Associazione nasce tantissimi anni fa e attraversa decenni di impegno condiviso. Lo testimonia un passaggio che sentiamo oggi più vero che mai, tratto dal suo intervento nell’Assemblea Generale dei Soci del lontano 2006, nel corso della quale fece un discorso che è rimasto nella storia (lo riportiamo interamente in allegato): “Prima di essere insegnanti, si è educatori” che racchiude la sua visione: nella scuola, nella cultura, nel territorio — al centro c’è sempre la persona. Sandro non ha mai smesso di ricordarci che formare significa accogliere, accompagnare, aprire strade, lasciare che ragazzi e adulti scoprano il mondo con occhi nuovi.

 Preside, storico, scrittore, uomo di territorio.

Figura centrale nella vita culturale della Valsesia e della Valsessera (ci accomunavano anche le origini, lui di Crevacuore io di Masseranga), Sandro ha saputo unire conoscenza storica e lettura del presente, costruendo ponti tra memoria e futuro.  È stato: insegnante e dirigente scolastico capace di trasformare la scuola in comunità; studioso scrupoloso della storia locale e delle sue radici civili; scrittore fecondo, autore di saggi e ricerche che raccontano la Valsesia e la Valsessera con profondità e amore; interprete sensibile della vocazione turistica del territorio, a cui ha dedicato pagine e riflessioni di grande spessore.

Il suo ultimo lavoro, La Valsesia della Belle Époque, testimonia ancora una volta la sua capacità di guardare ai luoghi con uno sguardo colto e curioso: una storia che parla di passato per suggerire possibilità al futuro, soprattutto per chi vive, lavora e accoglie in questa terra.

L’Istituto Alberghiero “Giulio Pastore”: una scuola, una comunità.

Uno degli aspetti centrali nella vita professionale di Sandro è stato il suo lungo e intenso impegno con il rinomato Istituto valsesiano. E qui un altro bel collegamento con HOSPES, la scuola di Varallo è nata nel 1954 e il nostro Prof. Albano Mainardi, insieme al Ministro Pastore, ne è stato uno dei fondatori; i diplomi del primo esame di qualifica, nel 1962, sono stati rilasciati da Stresa e il presidente della commissione era proprio il Prof. Albano Mainardi.

Quando Sandro prese la direzione negli anni ’90, l’Istituto era già un punto di riferimento formativo per il territorio. Tuttavia, fu sotto la sua guida che la scuola conobbe una vera e propria stagione di sviluppo. Negli oltre vent’anni come Dirigente Scolastico — un incarico che Sandro ricoprì con dedizione, competenza e visione — l’Istituto raddoppiò il numero degli studenti, arrivando a superare i mille iscritti aprendo anche la sede di Gattinara, consolidando la sua presenza non solo sul territorio provinciale e regionale ma anche nazionale; ampliò l’offerta formativa, arricchendola con percorsi innovativi e sempre più attenti alle esigenze del mondo del lavoro.

La scuola fu così vissuta non come un semplice luogo di istruzione tecnica, ma come una vera comunità educativa, dove i giovani non solo imparavano un mestiere, ma venivano accompagnati a sviluppare competenze civiche, culturali e relazionali.

Sandro fu fra i primi a promuovere scambi e collaborazioni internazionali, portando studenti e docenti fuori dai confini regionali e nazionali. Queste esperienze formavano i ragazzi non solo professionalmente, ma umanamente, permettendo loro di confrontarsi con altre culture e realtà formative europee.

Sotto la sua direzione, l’Istituto divenne un motore di dialogo con il territorio: con le imprese locali e le associazioni professionali; con enti pubblici e organismi di sviluppo socio-economico; con istituzioni culturali e associazioni del territorio, creando una rete proficua tra scuola, impresa e comunità.

Questo modello — radicato nella realtà locale, ma aperto al mondo — rappresenta una delle eredità più importanti che Sandro ci lascia. Non era solo “Preside”: era colui che credeva fermamente che dietro ogni professione si nascondesse una persona da formare. Per Sandro, insegnare in una scuola alberghiera significava insegnare il rispetto per il lavoro, per gli altri, per la cultura del servizio — valori che vanno ben oltre i programmi ministeriali. La scuola con lui era un luogo di vita, non solo di studio.

Il contributo ad HOSPES e il progetto Alta Formazione.

Sandro ha partecipato con entusiasmo alla vita associativa di HOSPES. Ha preso parte alle nostre Assemblee e ai nostri momenti istituzionali, intervenendo con quella sua voce ferma, riflessiva, sempre pronta a condividere idee, ricordi e insegnamenti.

Uno degli ultimi contributi preziosi è stato il sostegno convinto al progetto di “Alta Formazione”, al quale ha dedicato passione e tempo, offrendo competenze, visione e incoraggiamento. Per lui, la sfida più alta non era trasmettere nozioni, ma aprire orizzonti professionali e umani e permettere ai giovani di “diventare parte dell’eccellenza”.

Un AMICO, prima di tutto.

Per chi scrive — e per tanti di noi — Sandro non è stato soltanto un collega o un riferimento culturale. È stato un Amico fraterno, presenza sincera per oltre quarant’anni, capace di ascoltare, di costruire e di sostenere. La sua perdita ci lascia un vuoto umano e intellettuale.

Ma rimane un patrimonio ricco di pensieri, scritti, iniziative, idee, libri, incontri, e soprattutto un modo di guardare al mondo e alle persone che continuerà a guidarci.

HOSPES vuole custodire e rilanciare la sua eredità:

  • nel lavoro quotidiano con i giovani,
  • nei progetti culturali che costruiscono identità,
  • nelle iniziative di formazione e accoglienza che danno valore al territorio.

Perché le sue parole continuano a parlarci, e perché chi educa non scompare mai davvero: vive nelle persone che ha aiutato a diventare grandi.

Grazie, SANDRO, per la tua intelligenza, per la tua passione, per il tuo amore per il territorio, per il tuo sostegno a HOSPES, per la tua AMICIZIA.

L’ultimo saluto a Sandro sarà giovedì 15 gennaio alle ore 10.00 presso i Giardini pubblici di Borgosesia

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Intervento del Prof. Alessandro Orsi all’Assemblea Generale dei Soci HOSPES, dal titolo

“Prima di essere insegnanti, si è educatori”.

Voglio parlare del perché i ragazzi devono andare a scuola e tenterò di spiegarvi perché devono restarvi il più possibile. La traccia del mio intervento è tratta dal libro “Andare a scuola”.

 

In tutti i miei libri parlo di scuola. Quello che ho citato è un lungo libro che racconta come i valsesiani

dall’Ottocento hanno incominciato ad andare a scuola e come sia assolutamente necessario tenere un percorso formativo che duri il più possibile.

 

Ha ragione il dottor Viano, non esiste un saper fare bene se prima non c’è un’educazione al sapere, se prima i ragazzi non hanno imparato a imparare, se non c’è una base comune di voglia di educazione all’apprendimento.

La professionalità, l’apprendimento delle materie professionali si innestano proprio su questo. La seconda parte del mio intervento farà riferimento invece ai lavori che sono stati fatti in questi anni dalla rete degli

Istituti Alberghieri del Piemonte che è una delle reti più forti, la prima costituita in Italia e che da dieci anni lavora e ha prodotto anche del materiale interessantissimo tra cui una ricerca di ricette del Piemonte che è stata possibile grazie a presidi con i quali abbiamo anche elaborato una nostra proposta di riforma delle scuole alberghiere. Siamo riusciti con questo libro a porci sul mercato della promozione del territorio.

 

Questo libro lo devo soprattutto a personaggi straordinari che sono docenti tecnico-pratici e che hanno dato una forza incredibile all’educazione e alla professionalità dei ragazzi.

La rete oggi ha un rapporto molto stretto con la Regione e Viano sa che tra le nostre proposte c’è anche un progetto per aprire un ristorante a Torino gestito da tutti gli Istituti Alberghieri piemontesi con l’aiuto della Regione. Sarà un punto di promozione di qualità per i prodotti del territorio piemontese.

 

Le scuole professionali sono molto recenti, risalgono al secondo dopoguerra perché la professione fino all’inizio del Novecento non si apprendeva a scuola ma sul campo dai mastri. Era così anche per cuochi e camerieri. Dalla metà dell’Ottocento cuochi e camerieri partivano all’età di dieci anni dalla Valsesia e andavano in giro per l’Europa e lì apprendevano il mestiere e questo è continuato fino agli anni Cinquanta, Carlo Spanna (allora Voce Preside dell’Istituto “Giulio Pastore” di Varallo) partito per andare al Savoy di Londra all’età di 14 anni perché li c’era già il fratello che lavorava.

 

Alla fine dell’Ottocento una famosa albergatrice inglese diceva: “Venivano da me degli stranieri come cuochi tra cui Gaspar dal Mont di Macugnaga e Uccetta di Fobello in Valsesia. Essi servivano bene perché avevano un buon carattere ed erano sempre cortesi, però con questi cuochi del Nord Italia ordinare la cena diventava a volte motivo di angoscia e in ogni caso doveva essere fatto con l’aiuto di un dizionario. Lepri e conigli arrivavano sempre a tavola disposti sulla schiena nel mezzo del piatto con le zampe rivolte verso l’alto. Loro stessi eseguivano più lavoro di quello che i cuochi inglesi di solito fanno pulendo la stufa e perfino le finestre delle cucine affermando che c’erano troppe femmine in giro per la casa. Arrivavano dalle Alpi con misteriosi pacchi stipati nel baule e contenenti bacche di ginepro ed erbe di montagna di specie sconosciute con le quali conferivano aromi italiani ai piatti inglesi”.

È un pezzo molto bello che fa capire la forza della gastronomia italiana in Europa già dalla fine dell’Ottocento.

 

Negli anni del Ventennio il fascismo elevò un poco l’attenzione verso le scuole professionali. La scelta del fascismo fu quella dei due canali di istruzione: istruzione liceale e istruzione tecnica. Era poca l’attenzione alla professione che continuava a svilupparsi soprattutto nei mestieri.

In un altro mio libro racconto di un Paese in guerra, delle maestre e delle prime scuole di avviamento professionale. Per la prima volta queste maestre sotto la retorica della Patria trasmettevano dei valori veramente forti che erano quelli dell’istruzione e dell’apprendimento di un lavoro, cioè l’etica del lavoro. Fu un fatto molto importante che segnò un salto di qualità.

 

É da quella scuola di avviamento professionale che nasce la prima scuola alberghiera a Stresa.

Negli anni Cinquanta gli istituti professionali acquistano la dignità di istruzione superiore, erano corsi biennali o triennali.

Nel 1954 nasce anche la scuola di Varallo, la terza in Italia. Nasce come scuola commerciale, ma subito dopo diventa istituto alberghiero perché c’era Albano Mainardi che non è stato esclusivamente legato a Stresa, infatti, assieme al ministro Pastore è stato il fondatore anche della scuola di Varallo. I diplomi del primo esame di qualifica nel 1962, sono stati rilasciati da Stresa e il presidente della commissione era Albano Mainardi.

 

Tutto questo è raccolto in un altro libro, “Una storia gustosa”. Conservo ancora delle lettere bellissime di

Mainardi che quando divenni preside, quattordici anni fa, nei primi due anni mi aiutò moltissimo a inserirmi in un mondo che conoscevo ma tecnicamente era ancora molto difficile.

 

Poi si sono succeduti dei cambiamenti straordinari negli anni Sessanta e soprattutto nel Sessantotto. Ci sono stati dei cambiamenti anche negli istituti alberghieri e penso a quello di Varallo. Era la prima volta che si portava la voce di studenti che dicevano di non obbedire più ciecamente ma mettevano in discussione anche la possibilità di certe imposizioni e chiedevano di partecipare alle scelte fondamentali.

La cosa non fu vissuta bene da tutti, ma tra le riforme del 1969 c’è l’esame di maturità rinnovato, gli accessi universitari a tutti e poi soprattutto il biennio post qualifica per gli istituti professionali compresi gli alberghieri che dava la stessa dignità agli studenti delle scuole professionali rispetto a quelli che provenivano dai licei o dagli istituti tecnici.

 

Tutti potevano arrivare a un diploma spendibile sul territorio nazionale e che dava accesso all’università.

Non era poco ed era un frutto del ’68 e di quella scuola profondamente trasformata. Se guardiamo i dati vediamo che in Valsesia dal 1958 al ’68 tutte le scuole valsesiane triplicano il numero degli allievi. L’istituto alberghiero passa da 50 studenti nel ’58 a 210 nel ’68. Probabilmente tutto questo è stato frutto dell’incremento demografico del dopoguerra, ma non solo, per la prima volta tutti quasi riuscivano ad andare a scuola.

 

Questa situazione continuò negli anni Sessanta con i decreti delegati e gli organi collegiali, con la partecipazione collettiva delle famiglie degli studenti nella gestione della scuola. Per gli istituti alberghieri quelli sono degli anni un po’ particolari perché il rinnovamento della scuola e le nuove regole impongono dei passaggi che sono stati molto discussi, per esempio a metà degli anni Settanta vengono allontanati dagli istituti alberghieri gli esperti esterni, poteva insegnare come tecnico pratico solo colui che è in una graduatoria, ha un diploma e quindi viene da una situazione scolastica consolidata.

 

Questo è stato un fatto positivo da un lato perché è stato messo ordine nelle assunzioni e i docenti, almeno sulla carta, garantivano più cultura e più istruzione portando con sé anche qualche aspetto negativo: c’era meno contatto col mondo del lavoro, c’era meno professionalità e meno esperienza da parte dei docenti.

Da questo momento, penso all’istituto di Varallo, docenti come Giovanni Giacobino che non avevano uno straccio di diploma ma venivano da esperienze fatte in tutto il mondo, non riuscivano più a entrare nell’insegnamento dell’Istituto alberghiero facendo perdere un pezzo di storia e di energia alla scuola.

 

Gli anni Ottanta sono anni di disagio per gli istituti professionali che in quel momento venivano vissuti come scuole di serie B. Il ragazzo motivato allo studio andava al liceo, chi lo era un po’ meno andava all’istituto tecnico. Chi finiva negli istituti alberghieri o professionali? Venivano indirizzati fin dalle scuole medie, come orientamento, tutti quelli che non avevano voglia di studiare perché lì qualche possibilità potevano averla.

È stato un grosso sbaglio e tolse un po’ di credibilità all’istruzione professionale. I quadri orari degli istituti alberghieri imponevano fin dal primo anno il cinquanta per cento delle materie di apprendimento pratico sulla scelta fatta a quattordici anni, chi entrava in cucina doveva rimanere lì così come chi aveva scelto la sala.

 

Proprio all’inizio degli anni Novanta con il progetto 92 a cui ho partecipato attivamente, in cui è contenuto un obbiettivo fondamentale che è quello di dare ai ragazzi la stessa dignità di studio dei loro colleghi di altro indirizzo. Individuava tre elementi: l’area comune che è dilatata nelle materie umanistiche e scientifiche, l’area di indirizzo cioè le materie pratiche che fin dal primo anno contemplano cucina, sala e ricevimento. In questo modo un allievo nei primi due anni ha modo di vedere come funziona il percorso ristorativo alberghiero e fare la sua scelta in modo ponderato.

 

C’era poi la terza area che introduceva all’interno della scuola la presenza dell’esperto esterno che era stata tolta qualche anno prima.

Gli aspetti positivi di questo progetto sono evidenti: più cultura, più istruzione per gli allievi del primo e secondo anno, più elasticità nell’immediato per l’apprendimento e nel futuro di adeguamento al lavoro.

Qualche aspetto negativo c’era, togliendo forza alle materie pratiche si toglievano anche motivazioni ad alcuni ragazzi che a quattordici anni avevano voglia più di manualità perché erano più bravi in questo che non a studiare scienze e diritto.

 

Alla fine degli anni Novanta Giovanni Berlinguer e De Mauro concepiscono una grande riforma che è la riforma dei cicli, l’obbligo scolastico a sedici anni, l’esame di Stato rinnovato con commissioni miste, lo statuto degli studenti che li fa essere ancora più protagonisti nelle scuole, e infine l’autonomia.

 

Agli inizi del Duemila anche il Ministro Moratti ha cercato di fare dei passi avanti. La proposta di questo Ministro era comunque quella dei due percorsi: il percorso liceale che avrebbe assorbito anche i tecnici e un percorso professionale assegnato alle Regioni. La proposta in sé non è scandalosa, altre parti dell’Europa sono su questa linea, ma in Italia in questa fase sarebbe stata forse difficile da attuare, proprio perché il trasferimento delle risorse dal ministero alla Regione, passaggio di competenze, stati giuridici dei docenti, avrebbero creato una cosa di non poco conto.

Anche l’idea del diritto dovere al posto dell’obbligo proposto dal Ministro Moratti ha favorito un po’ anche la dispersione scolastica perché una cosa è il dovere in cui si vanno a prendere i ragazzi se non vengono a scuola, un altro fatto è il diritto-dovere che è basato molto sulla responsabilità e che è di difficile controllo.

 

Oggi con il Ministro Fioroni sembra che gli intenti siano abbastanza positivi. Tra i provvedimenti che si stanno portando avanti c’è prima di tutto l’eliminazione dei due canali, l’istruzione tecnica rimane e l’istruzione professionale rimane come istruzione statale. Il diritto dovere ritorna a essere obbligo scolastico e arriva fino a sedici anni, l’esame di Stato viene riformato con una commissione mista e non più solo interna con la possibilità da parte del consiglio di classe di ammettere o meno uno studente e con la revisione dei crediti per l’esame e anche una assunzione nel mondo della scuola del precariato.

 

Con la Regione oggi abbiamo un rapporto molto intenso, il dottor Viano ha già parlato dei poli formativi che sono una cosa straordinaria perché la qualità della preparazione professionale si può davvero fare dopo il diploma. Il corso formativo IFTS può essere davvero una cosa per il turismo, stiamo inoltre costruendo anche il polo turistico con all’interno la promozione del territorio anche sotto l’aspetto enogastronomico del Piemonte nordorientale, anche questo è un altro aspetto importante.

 

Quali sono oggi i problemi aperti dagli istituti alberghieri?

 

  • L’orario delle lezioni va rivisto perché 40 ore per i ragazzi sono un delirio, sono troppe e favoriscono quelle barzellette sugli insegnanti che fanno ore da 50 minuti e non più da 60, che non vogliono recuperare i 10 minuti.
  • L’obbligo deve essere fatto nel percorso di istruzione statale fino a sedici anni però ci sono anche degli aspetti della riforma Moratti che sono positivi e vanno ripresi. Abbiamo avviato e li stiamo monitorando due corsi integrati sia a Gattinara che a Varallo. Il corso integrato significa che c’è un appoggio finanziato dalla Regione per un intervento specifico sulle possibilità di recupero per gli allievi del primo anno anche con agenzie esterne.
  • Vanno riviste le materie dando più spazio a quelle pratiche.
  • Il reclutamento dei docenti delle materie pratiche. Non si può più concepire che negli Istituti alberghieri arrivino a insegnare dei ragazzi che hanno ventuno o ventidue anni e non hanno mai visto il lavoro nell’attività specifica. Il reclutamento va fatto con dei criteri e su basi diverse.
  • I rapporti con il mondo del lavoro. La legislazione sugli stage è incompleta e farraginosa. Non garantisce né la scuola, né la famiglia, né l’albergatore. Con il mondo del lavoro c’è anche il rapporto con la terza area che sulla carta è un fatto positivo se ci sono le risorse, può essere veramente conferimento da parte di esperti esterni che vengono a spiegare ai ragazzi come funziona il mondo del lavoro. Non è possibile che agli esperti esterni siano riconosciuti solo 18 euro lordi l’ora.
  • L’integrazione degli allievi diversamente abili è un fatto che può dare loro la possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro. I nostri istituti alberghieri ne ospitano moltissimi, il mio istituto ne ha 53 di cui 5 down.
  • Integrazione e rapporto stretto con il territorio. In questi anni abbiamo cercato di promuovere in diversi modi il territorio con la promozione dei prodotti territoriali attraverso i libri di ricette specifiche.

La grande sfida negli istituti alberghieri è quella di riuscire a conciliare l’istruzione e le motivazioni allo studio e l’educazione per i nostri ragazzi. Dare una base formativa duttile per l’apprendimento e una capacità ad adeguarsi alle trasformazioni del mondo del lavoro. Legarci fortemente al territorio, agli enti locali e agli operatori. Dare motivazione al personale della scuola.

Come istituti alberghieri siamo in prima linea contro la dispersione scolastica, ci sono centinaia di ragazzi extracomunitari che se non vengono a scuola, dove vanno a finire? Non sono un problema sociale se restano sulla strada? Questo è il primo compito per la scuola anche in un Paese di avanzata civiltà come il nostro.

 

Al convegno “La Scuola che vorremmo, rinnovata nella tradizione, organizzata da HOSPES in occasione

dell’Assemblea Generale dei Soci, oltre al Prof. Alessandro Orsi, avevano partecipato:

  • Renato Andreoletti, Direttore responsabile della rivista “Hotel Domani” in qualità di coordinatore,
  • Francesco Viano, Dirigente all’istruzione e formazione professionale della Regione Piemonte,
  • Giancarlo Busti, Dirigente scolastico Istituto Alberghiero Spoleto,
  • Guido Gellera, Albergatore - Socio Hospes.